Gianna Tuninetti

Il fiore, eco delle simmetriche e armoniose geometrie del cosmo, racchiude nella sua natura effimera e delicata il mistero della transitorietà dell’esistenza. Con la sua bellezza semplice e straordinaria esso ammalia da sempre artisti, scienziati e poeti, che sin dall’antichità vi hanno riconosciuto proprietà officinali, significati simbolici e un’incredibile varietà di forme e colori. Così sono nati miti, leggende, tavole botaniche e un vero e proprio genere pittorico che, al pari del ritratto o della pittura sacra, si è sviluppato dal XVI secolo ai giorni nostri. È questa la tradizione figurativa e letteraria nella quale va collocata l’opera di Gianna Tuninetti, il cui sguardo, nuovo e profondamente contemporaneo, accoglie e rielabora tutte le componenti estetiche e culturali di tale tradizione. La pastosità dell’olio che imperava nelle nature morte e nelle tele a soggetto floreale dell’Europa dei secoli scorsi cede il passo alle leggere trasparenze dell’acquerello, steso direttamente sulla carta. La resa accurata dei dettagli, propria delle stampe fitologiche secentesche, sfocia in eleganti accumulazioni dallo spessore e l’equilibrio compositivo tipicamente pittorici, a cui nulla toglie la voluta omissione del contesto e dello sfondo. Nella sua ricca produzione l’artista torinese raffigura fiori, frutti e piante erbacee, sempre dal vero e in seguito ad accurate ricerche. A colpirne l’immaginario sono, inoltre, evoluzione, contaminazioni e origine delle specie selezionate, in grado di raccontare, insieme alle passioni umane, la storia, i passaggi e le conquiste delle varie civiltà che si sono succedute nel nostro territorio. Bouquet, ramoscelli e singoli esemplari s’intrecciano in suggestive coreografie, che guidano l’occhio in un vorticoso susseguirsi di accensioni cromatiche, morbide pennellate e linee sinuose. Con eleganza e abilità Gianna Tuninetti restituisce l’impalpabile consistenza del papavero. Rari e lunghi steli abbracciati da foglie frastagliate si piegano lievemente al peso della corolla. I petali dal rosso luminoso e delicato oscillano disegnando una brezza sottile che li spinge nell’oblio della pagina bianca: luce assoluta che tutto contiene e tutto cancella. Una scelta cromatica più intensa e decisa caratterizza le rose, dischiuse in sensuali e abbondanti fioriture che sottolineano il lato voluttuoso e carnale della loro seducente bellezza e, anche, le voluminose infiorescenze che sgorgano come piccole lacrime violacee e rosso cupo nel timido giacinto o che si raccolgono a formare sontuose corone nella nobile e imponente ortensia. L’indiscussa capacità tecnica di Gianna Tuninetti emerge con tutta la sua forza nelle raffinate e impercettibili sfumature del bianco su bianco, con cui riesce a restituire alla carta l’evanescente candore di camelie, margherite e biancospini immersi nella luminosità primaverile, senza dimenticare il tocco leggero con cui l’autrice rappresenta il fugace splendore dell’ibisco, l’ipnotica fioritura dell’iris o le meravigliose sembianze di molte altre varianti. Violette e gladioli di campo, fiordalisi, fragoline selvatiche, lavanda e rovi s’intersecano con ritmi serrati. Sono caleidoscopiche e brillanti successioni di colori che rendono omaggio silenzioso al fragoroso sbocciare della primavera, mentre cromie fredde, lievi sfumature e linee rarefatte di cardi, licheni ed elicrisi evocano la gelida coltre invernale e le forme che in essa sopravvivono. Quello di Gianna Tuninetti è dunque uno sguardo che ha radici profonde e non cede alle lusinghe dello spettacolare, del superficiale e del tutto subito. Il suo è un approccio poetico all’arte e al mondo, un approccio che si nutre dei tempi lenti propri della pittura e dei ritmi naturali. È quanto emerge, ancora, dai profumi, le fragranze e la viscosità che si ha l’illusione di percepire nelle raffigurazioni di funghi, bacche, bulbi e frutti: silenti testimoni delle transizioni della fioritura e dello scorrere delle stagioni. In un mondo frenetico, virtuale e ipertecnologico in cui la natura e la sua rappresentazione pittorica sembrano, sempre più spesso, un vezzoso anacronismo, l’artista compie una scelta coraggiosa e controtendenza, che sottolinea la sua piena autonomia e dignità artistica. Il suo è un gesto discreto e silenzioso. Esso dà l’impressione che i fiori si siano adagiati sul foglio cascando lentamente dall’alto, trasportati da un alito di vento e che una volta sistematisi lì, ne siano evaporate tutte le sostanze organiche lasciando, soltanto, luce e colore. Così, alla fine di questo volo, il fiore sfugge per sempre alla morsa della morte ed entra in una dimensione puramente estetica. Colto nel momento del suo massimo splendore o nell’istante in cui un petalo si stacca avviandone il declino, ciò che resta è la sua immagine, immobile ed eterna come l’arte più elevata.

Testo critico di Jenny Dogliani